Vai ai contenuti

Marcello Venturoli - Capodiferro Gabriella

Capodiferro Gabriella
HOME            INDIETRO
1983, 1986, 1996 - Marcello Venturoli, Roma (link biografia)

1983 -   Tra arte e vita, nell'espressione visuale come in qualunque altra dell'area estetica, non è detto sia sempre una rispondenza. E come si presentano al fruitore opere di artisti molto vissuti che rispecchiano  invece una radicale evasione, così in artisti magari poverissimi di   esperienza sofferta nel quotidiano scatta l'ispirazione sociale, sì   articola nelle loro opere l'ironia e la protesta.
Nel  caso di  Gabriella Capodiferro, dal 1962 impegnata sia nella vita che nell'arte  come docente e come pittrice, ì due termini dell'equazione  non si sono  mai eguagliati; forse la pittura era per lei un  completamento e una verifica poetica, dì grande e incìelato ottimismo.  Amanti, adolescenti, madri e bimbi recitavano per lei in cromie tenui e  affettuose ciò che la  "praticità" della vita, se proprio non le negava  - come valida e moderna professoressa, come moglie e madre -certamente le rendeva difficile.
Anche   l'incontro con l'avanguardia storica, dalla lezione di Braque a quella di Matísse, avvertita fin dai tempi dell'Accademia di Belle Arti a   Venezia sotto la guida di Bruno Saetti, era stata per Gabriella una   specie di evasione. I risultati erano pregevoli, ma non persuasivi, - specie considerandoli alla luce del poi -,   specchio di un non consapevole compromesso fra sogno e realtà, una   realtà comunque mai irta di spine, mai portatrice di precise e dolorose   angosce.
Ecco  però che verso il 1978 questa situazione abbastanza  stabile si interrompe e si capovolge. Per una vicenda che ha interessato  l'Italia intera, (l'aver discusso in una esercitazione coi suoi alunni  il tema "Sessualità e mass media") Gabriella Capodiferro è processata e condannata, poi assolta perchè il fatto non costituisce reato.   Gabriella, non iscritta a partiti, neppure femminista in senso di   aggregazione, combatté la sua battaglia da sola contro una mentalità   retriva sotto ogni punto di vista; dalla paura di conoscere la verità   con nuovi metodi didattici, al falso pudore del per-benismo delle generazioni dei più adulti padri e nonni con la pistola facile dello scandalo a difesa del loro quietismo.
Tra   le molteplici esperienze dell'artista, due emergono in tutta la lunga vicenda e che toccano molto da vicino la sua pittura, presente anche in questa mostra personale: la settimana trascorsa in carcere a San  Donato di Pescara insieme con altre undici detenute, due omicide, due   spacciatrici di droga, una rapinatrice, una favoreggiatrice di   brigatisti...
La  seconda esperienza, strettamente legata alla prima,  fu l'iter burocratico giudiziario processuale, per vizio del quale  mentre  l'artista e la professoressa si sentivano ed erano pur sempre  quelle di  prima, tutto e tutti, operavano come se fosse quella imputata   incredibile che recitava l'articolo 528 del codice penale, colei che   aveva commerciato e diffuso materiale pornografico a scopo di lucro!   Questa seconda esperienza, di non riconoscersi più nello specchio degli   altri, come se dovesse ogni volta farsi perdonare una colpa non   commessa, perfino davanti ai suoi alunni che l'adoravano e che la   sostennero meravigliosamente al processo, fu la causa principale del  suo  più profondo mutamento artistico. Anziché continuare nell'intrepido  ma  vulnerato magistero di insegnante, Gabriella Capodiferro si é  guardata  dentro, ha fatto leva per la prima volta nella vita sulla sua  me-moria  del dolore, ha cominciato a  raccontarsi. Sentiva che la pittura di oggi  doveva passare da li, da  San Donato, dalle persone incontrate in  carcere, dalla umanità  straziata di cui anche lei aveva fatto parte. La  bellezza della pittura  di ieri é diventata cronaca coraggiosa di fatti  non cancellabili,  l'avanguardia artistica, nelle sue schegge di segni e bagliori  cromatici, un umile arma con cui colpire. Oggi Capodiferro  dipinge per  ritrovare l'immagine di se stessa non nella evasione, ma  dentro la sua storia.
Dinnanzi  al gruppo delle opere che vanno sotto  il titolo "I giorni di San Donato" il fruitore avvertirà una sorta di  esacerbazione cromatica con prevalenza dei bruni e dei violetti su un  tessuto scabro, antigrazioso,  di semplificazione talvolta ridotta allo  schema, a privilegiare il  racconto e il fumetto, dove conversazioni fra  donne, ridotte a poco più  che violetti e rossi fantasmi, celle che quasi  si capovolgono in  prospettive allucinate, personaggi dei tribunali e  dei ministeri  rampanti sulle proprie elucubrazioni, planimetrie di  carceri, di letti,  di gabinetti, si alternano a figure di incubi, come  per es. "Sesso e  burocrazia" (1982), senza alcun riguardo alla  "delicatezza" e alla  armonia dei segni e dei colori: quasi che l'artista, trattenuta a  stento dalle Muse, che pure l'amano e la  rispettano, si fosse messa a  gridare tutta la sua ribellione anche alla  "bella pittura", per  un'altra pittura più vera e dolente, incespicata  quasi nel tragico quotidiano.
Si  guardi fra questi lavori di taglio  medio piccolo "La mia cella": uno sguardo della memoria triste ma non  ostile, perché Gabriella  Capodiferro ha saputo comprendere dalla sua  prigione, la prigione che è  fuori, nelle coscienze, nelle immaginazioni,  nelle idee; e allora,  ritornando a San Dona-to con l'aiuto  dei  pennelli, trova nelle immagini anche il punto di partenza della  sua  nuova verità, la meditazione sulla umanità tradita da se stessa,   umiliata per la paura di aver coraggio. La reminiscenza picassiana é   abbastanza evidente, se si tien conto del Picasso visto attraverso i  verdi e i viola delle pavimentazioni e degli interni di Cassinari.
Ancora   più evidente é questo modo di protestare di Gabriella col perdono negli  occhi, nel dipinti "Qui si vive" dove la cella é ripetuta quattro   volte, tanto che pare uno spaccato di carcere, finestre quadrate,  cieche  o di cielo, con le sbarre, i water che dominano la scena, le  immense  toppe delle chiavi, il gelo delle mattonelle con quelle luci  tra  mattatoio e obitorio. Eppure in certe cromie che riescono a  splendere  dopo tutto quel graffiare e impastar di tecniche miste, nel  quadro si  può leggere tra le righe, meglio direi tra le sue braci  colorate, una  vita che non finisce mai di essere bella, anche nelle più  squallide  brutture. Così il bello in pittura diventa il buono, la  felicità  estetica un modo di comprendere la vita in profondità. Certo  il fruitore  perderà, nella muta eloquenza delle immagini di Gabriella,  quella parte  di racconto che io ho ascoltato anche dalla sua viva voce:  la zingara che si informa se Gabriella è omicida e le passa comunque  tra le sbarre una tazzina di caffé; il secondino di ronda che viene  provocato dalle detenute in vestaglia mentre giocano a carte; la muta,  che poi parla e  ride e piange alla presenza di una tribù di parenti  venuta a trovarla;  il pudore ferito per esser vista seduta al gabinetto  dallo spioncino.
Un   equivalente di queste storie é dato dall'immagine "Ventiquattr'ore" dove le mura, i cessi, i cuori, le scritte diventano quasi il simbolo   della privacy umiliata.
Gli  schemi di questa narrazione per quadri  sono talvolta arricchiti da scene simboliche ché sembrano prendere le  mosse, quanto a fonti  stilistiche, dagli espressionisti, a cominciare da  Ensor. Mi riferisco  al quadro "L'interrogatorio" in un delirio di rossi  e gialli addipanati  nel segno di pennello. Così pure ne "La questione  giuridica", dove  alla cromia si sostituisce con efficacia il disegno,  per sicuri schemi  cubisti, ci trovi il sapore di un Grots visto da  Maccari. Il letto,  l'isolamento, il pasto, l'ospite, sono titoli e  argomenti che non hanno  bisogno di commento, a questo punto della mia  ricognizione.
Ma  Gabriella Capodiferro non é tutta qui. Sia perché  fuori della sua vicenda didattico giudiziaria ha potuto ritrovare anche i  motivi delle passate tenerezze, dei vitali e mai rinunciabili  rapimenti, sia perché i  modi coi quali si era felicemente espressa,  specialmente nella sua  mostra personale nella sala XX settembre di  Terni, Assessorato Pubblica  Istruzione e cultura (Maternità, sessualità,  rap¬porti di coppia,  etc.) non sono andati perduti. Infatti non v'é  esperienza artistica che  in qualche modo non si recuperi. Solo che  adesso l'amore per i figli,  la coniugalità, la solidarietà per gli amici  e per la gente che la  circonda, sente accanto al dolore e non più come  dentro una nicchia.
I  due gruppi che affiancano quello de "I giorni  di San Donato", uno dedicato alla maternità e un altro ai personaggi,  stanno a dimostrarlo.  Si nota in tutti e due i gruppi un maggior  movimento, anche nella  scelta dei modi stilistici, mai in contrasto,  anche se di diversa  partenza: mentre nelle fasi pittoriche e grafiche  precedenti a questa  l'artista uniformava troppo il segno in uno schema e  faceva circolare  il colore parsimoniosamente dentro larghe campiture,  ora la cromia si  irrobustisce, canta come in "Madre dolorosa", "Madre e  figlio",  "Maternità n. 4"; anche nelle monocromie sui rosa, gli ocre,  certe  madri col bambino sono più intense e vere (vedi "Maternità n. 6"  del  1981) Contemporaneamente l'artista spazia in questi motivi privati e   familiari dentro la lezione avanguardistica: raffinatezza ed eleganza,   segno e macchia si danno la mano ("Maternità N. 1, N. 2, N. 3, N. 4 ne   sono gli esempi più felici).
Poesia  e intensità di sentimento,  dicevo, che si moltiplicano in una specie di reciproco contagio, da  volto a volto, di figura in figura ne "I personaggi": da "Dora" seduta e  disegnata felicemente in sanguigna, che  pare una delle maternità senza  bambino; a "Stato d'animo" un disegno  eseguito a capello, molto largo  nell'impaginazione; da "Ritratto di  signora" tra i più felici sguardi a  sguardo, di donna fiera di esser  tale; a "Chiara", una figura tra grigio  e rosa allungata come un fiore;  a Rossella, a Manuela, quest'ultima  tenerissima fanciulla, imbastita  come per un canto d'amore.
Sono   nella mostra alcuni di questi personaggi collegati insieme da un'unica cornice o dentro le belle bacheche della galleria. La diversità nella  unità del motivo ritrattistico, la qualità che viene verificata anche  attraverso modi diversi, ora cromatici ora grafici tout court, la   prepotente tenerezza dell'artista verso il ruolo della donna, al punto   di ritrovare in tanti volti lo specchio di se stessa, fanno di questa   terza partitura di lavori presente nella mostra qualcosa di più di un   nobile gineceo: l'altra faccia della luna del vivere sincero, il   proposito, in immagine, di capire e di amare, la pittura come umano   destino.

1986 - Una  delle vicende umane ed  artistiche che ho seguito con amore nella mia  vita è stata, ed è, quella  di Gabriella Capodiferro, insegnante intrepida e laica,  anticonformista, madre e sposa, pittore di notevoli qualità ed estro,  reduce da una avventura burocratico didattico  processuale giudiziaria,  che commosse tutta Italia (accusata di  pornografia per aver studiato  insieme coi suoi alunni il fenomeno  scientificamente attraverso le fonti, specie i mass media, assolta  perché "il fatto non costituiva  reato", ma non abbastanza (la formula  voluta dai ministeriali era "per  non aver commesso il fatto").  Gabriella Capodiferro fu incarcerata e  quando poté riconnettere su  questa ignobile azione patita, dietro anche  il mio consiglio, cominciò a  rievocare la sua vicenda ne "I giorni di  San Donato" come trascorsero  nell'umiliazione le giornate, tra mura,  cessi, cuori graffiti e scritte  varie che erano diventate per lei - e per tanti altri - il simbolo di una privacy mortificata. Il suo diario di memorie fu poi presentato da me insieme con una serie di personaggi-ritratti,   in gran parte di donne e di madri, che rappresentavano quasi l'altra   faccia della luna, la serenità e l'armonia di un ambiente familiare e   coniugale, messo in crisi, suo malgrado. Naturalmente fin dal tempo in   cui nella Sala "XX Settembre", a cura dell'Assessorato P.I. e Cultura   della Provincia di Terni, Gabriella Capodiferro espose una scelta di  sue  opere (1980) era molto bene orientata verso i maestri  dell'avanguardia  storica; e questa sua cultura visuale venne a  conflitto con tutta una  serie di umane e, direi, cronistiche figurazioni, un brusco ma  vivacissimo impatto tra arte e vita, specchio  di questo, la originale  mostra personale all'Astrolabio-Arte, dei signori Carducci, in Roma, nel gennaio 1983.
Non   starò qui a rievocare i modi e i limiti di quella positiva esperienza dell'artista abruzzese: dirò solo che per la prima volta la facoltà del dipingere, da dono di bellissimo ornamento, diventava modo di confessione, necessità di esprimersi con quei mezzi e non altri, a  calamitare nell'immagine tutta quanta l'identità di una donna in mezzo   alla vita.
Chi  vedrà la attuale mostra alla Galleria Margutta di  Pescara si accorgerà della completa assenza di spirito di carriera detta  pittrice, la  quale, più ancora che nel momento in cui preparava i  quadri per la sua  storia vissuta, nel 1981-82, ha  voluto vivere la  sua interiorità, con questa differenza: che gli  argomenti delle sventure  giudiziarie, carcerarie, burocratiche e didattiche le facevano ressa  dentro, il suo disegno, le sue  composizioni apparivano per scomparti,  frammenti, riquadri, più grafici  che riscaldati dalla pittura e questa  pittura sovente rotta,  offuscata, come da grida e lacrime; l'andante  diaristico offriva una  traccia sgomenta di luci e di ombre, di proteste e  di affabulazioni, la  prigioniera voleva riuscire ad amarsi e a  rispettarsi anche tra quei  corridoi gelati, in mezzo a tante altre, in  attesa di giudizio. Ora,  invece, ha avuto un tempo maggiore a disposizione, dal 1983 quasi, ad  oggi, per meditare, per una sua più globale identificazione al di là  del personaggio che ha dovuto fare i  conti con lei stessa, della  insegnante tradita dal conformismo di tutti.
Così   si assiste in questa fase così unitaria e riconoscibile della  pittrice, una trentina di lavori ad olio (sovente una grafica e una  pittura come  di affresco) ad una crescita qualitativa e ad una  indubitabile intensità dell'immagine, più disponibile nei paesaggi che  nelle figure, anche se proprio nei paesaggi oggi l'artista trasfonde  con maggior fusione tra natura e cultura, tra eredità di avanguardia - cadenze espressioniste e pre espressioniste alla Munch, ma anche alla Gauguin e con un certo déco - e amore per l'esistente, ciò che prima sentiva nelle figure de "I giorni di San Donato".
Un punto di passaggio fra ieri e oggi - e cioè fra i due gruppi di opere esposti all'Astrolabio e alla Galleria Margutta di Pescara -   è la "Grande finestra con uccello e orologio", dipinta dopo la mostra   romana. V'è qualcosa di maggiormente costruito e libero dai legami di   cronaca delle piccole e medie pitture autobiografiche e perciò può  esser  considerato uno dei quadri migliori in quel momento. Ma, come ho  già  detto, questi di ora sono altra cosa.

È  intanto una sorpresa  ammirare i quadri dal vero, dopo aver conosciuto certi loro risultati  dalle pur belle fotografie, perché se le foto  uniformano, i quadri ci  riportano a quella fatica di officina che è  grafica e insieme pittorica,  di analisi e di sintesi insieme, di  immagine araldica, come ritagliata  dentro una irraggiungibile contesto  spaziale o atmosferico e di pittura,  che pure vuole raggiungere la sua  prospettiva nella composizione, la  sua cromia nella densità della  materia, ora stesa, ora resa trasparente e come graffiata su un  intonaco, in quel fluire e rapprendersi, in quel rampollare della  visione, come una fantasia magmatica, che in un punto scotta e in altro  si raggela: per esempio "Colline rosse".
Anche   quando il dipinto è più epidermico con una soluzione quasi di grafico   pannello "Storie di nuvole, cieli e radici" (L'artista mi dice che ha eseguito il quadro in modo che, capovolgendolo, "è lo stesso", come in   un gioco speculare) e questo pannello contesto verticalmente di   immagini-sudario, assume sempre una  singolare vis unitaria, perché  le singole emozioni militano tutte  insieme a una sorta di possesso,  direi di aggressione, della  disponibilità del fruitore.
"La  grande  estate" è una roccia affiorante dentro uno spazio araldico, pieno però  di tenerezza cromatica. Le sovrapposizioni delle immagini di natura o  particolari come in successivi fogli o pagine, non fanno  collage, e cioè  non restano elementi "decorativi" di pur nobile armonia  nell'insieme, ma icona, quasi che il tempo, per successive presenze di  cose viste o ricordate o restate a lungo in una rétina morale, per  successivi sguardi  di comprensione, avesse portato alla tela una lunga e  travagliata meditazione. Perché è questa la Gabriella Capodiferro di  oggi, tenera e puntigliosa, dolcissima nella solitudine ormai resa  agevole come un nido  e innamorata dalla vita. La sua rocca di Chieti,  il suo studio di  Pescara le fanno vedere le cose della natura con  l'andante musicale di  chi ascolta i propri maturati, dominati  sentimenti. "Vespro e memoria",  ci dice proprio questo; le nuvole, il  cielo sghembo che pare  precipitare, la roccia, il castello, in quel  "'mondo" lavagna e  violetto, sono i soggetti recitanti dei suoi  pensieri.
E  che dire di  "Paese azzurro"? In questo quadro la pittrice ricorda un  po', ma  positivamente, le cromie azzurrine in prevalenza della sua  mostra passata; ma qui il colore decolla e sopra quel piccolo paese  alla Klee cantano espressionismi astratti, quinte geometriche dove un  Hundterwasser e una Viera da Silva sorridono senza farla da padroni.
Gabriella   Capodiferro è la prima volta che, a parer mio, raggiunge una sua  completa unità fra ispirazione e cultura, e se questo pacchetto di modi  di dire resta pur sempre semplice, difficoltato nella mai del tutto   cognita espressione, raggiunge felicemente il suo obiettivo di   naturalezza: in "Paesaggio rosso" infatti è una grafia che rampolla su   un alone rosso arancio, in una rara misura, sempre che questa misura  sia  intesa come armonia della instabilità, come rimando dell'atmosfera  al  segno e viceversa. Ritmati, i monti dell'Abruzzo diventano sipari,   quinte, palcoscenici per un teatro dell'anima di Gabriella, la quale  non  sapeva del Parco Nazionale d'Abruzzo e che la sua terra poteva  donarle  montagne che tanto le somigliano dentro.
Felicità  di esecuzione e  difficoltà di elaborazione questo lento crescere dell'immagine, tanto  nobile e pura, quanto disadorna, specchio di una raggiunta armonia  interiore, ho ritrovato in alcuni altri suoi lavori,  che non voglio qui  dimenticare: "Trofeo di nuvole" (delizioso e  solenne, in un cielo vio-letto,  un  gruppo di nuvole tiepolesche che si tingono di più solfuree luci,   diciamo "napoletane"; "Il lago non c'è più" "Perché arrivarono e trovarono soltanto una pozza verde" ma in questo rinvenimento fuori   dello spazio in cui doveva estendersi il lago, l'artista ha generato la   vita, o meglio, la fantasia che rinnova la vita.

1996 -   Mi è accaduto ritrovandomi nell'officina artistica di Gabriella Capodiferro dopo tre anni che non ci passavo, di volere quasi subito  registrare sul mio taccuino le positive e forti emozioni che avevo   provato nel leggere le sue nuove opere e pensavo di poterle trascrivere   subito con qualche aggiunta non appena arrivato nel mio eremo  ostiense,  per quanti avranno domani l'occasione di ammirare nella  mostra i  risultati dell'artista.
Ma  mai come questa volta una pittura  complessa e misteriosa nella forma, negli attingimenti, ha bisogno di  essere collocata nella sua storia e spiegata nel suo metodo; perché solo  in apparenza può essere lo  specchio di una irrazionalità di un fare, a  cavallo della tigre  dell'impulso, di un prevalere dell'immaginario  all'insegna, per  esempio, del post-impressionismo, di un convinto andante paesistico.
Al   contrario la pittrice abruzzese viene, intanto, da lontano e fin dai  tempi dell'Accademia ha sviscerato i modi dell'avanguardia storica.
Io negli anni Settanta l'ho incontrata, impegnata in una sua "autobiografia" dove il rapporto spazio-tempo, rinnovato in radice da Picasso, era da lei adoperato perfettamente.
L' angoscia della generazione a monte della sua, di fare il salto astratto, non le appartiene perché l'interrogativo figura-non   figura non é stato mai un suo problema. E neppure é artista che   professa la pittura nata dentro l'ismo informale, più o meno in  ritardo,  per non apparire accademica e naturalista, costretta pertanto a   rimanere legata a un rituale afigurativo e materico.
Non  tutti i neo  informali di oggi sono alla fine retrospettivi; taluni  hanno saputo  operare su quel loro vivere al passato una certa  dialettica, ma ognun sa  che l'Informale é stato lo specchio di un grave  turbamento esistenziale  dovuto alla guerra fredda nella paura che  scoppiasse l' atomica  daccapo, e che difficilmente quelle forme  angosciose, da Burri a Pollock, da Fautrier a Kline si possono prestare  ad esprimere contenuti diversi, a cominciare da una società turbata da  nuovi crolli e nuove  patrie, miti perduti e violenze di consumi.  Dall'Informale come tendenza  a questi pochi anni prima del Duemila,  troppa acqua é passata sotto i  ponti: la pop art, il concettuale, il  comportamentismo (compresa la  transavanguardia che ha propinato una  sorta di super manierismo  avanguardistico) la "nuova maniera". Tutti  questi movimenti culturali ed  artistici hanno dato il senso di una  continuità ed al tempo stesso di  una vita inestinguibile della ricerca,  ma hanno creato anche una specie  di alibi agli artisti d' oggi: poter operare, con una rincorsa  lunghissima, magari cominciando col Museo e chiamandolo a correo dei  loro estri di cavalletto.
E perciò anche Gabriella Capodiferro si é presa la sua libertà: costruire il quadro, con un ready made personalissimo.
Un   "oggetto trovato" da lei stessa creato, di carte veline colorate, opportunamente trattate, sciarpe cromatiche molto leggere che svolgono un ruolo fondamentale alla maniera di grandi velature e stratificazioni "poveristiche" sulla superficie della tela, tutto un lavoro di collage  e  di decollage col mezzo cartaceo predipinto.
Naturalmente  questo  metodo non sarebbe completo senza l'appoggio o l'intervento del   pennello, come pure di altro strumento atto a lasciare un segno.
Segno   che si sovrappone alla fasciatura, alla stratificazione delle veline e  garze, lega insieme e definisce, sovente antropomorficamente delle  aree del quadro, quasi che, come diceva Leonardo, l’artista veda dalle   macchie sul muro figure che si nascondano e le scovi con precise linee.
Gabriella   pone sulla tela grezza per prime o quasi, teste di donna condotte al   capello come una sinopia, le sommerge, le scavalca, con la sua operazione di "incolla e strappa" - perché  il togliere in questo  "dipingere" é il razionale dell'irrazionale, il  ripensamento dopo il  rapimento dello stendere delle carte colorate -la  figura o  affossata o accennata o riemersa con l'aiuto di ulteriori  segni o tocchi  di pennello coabita lo spazio del quadro, il quale si  presenta al  fruitore mai placato, irto, con splendori timbrici tenuti  da toni opachi  e viceversa, con paesaggi che si tramutano in scene,  parabole e favole  in cui la figura umana, che pare cacciata dalla porta  dalla sintesi  astratta, torna dalla finestra di un racconto  figurativo.
Affascina questo lasciarsi guidare dalla mano artigiana dotata di una cultura visuale ricca e dialettica.
Interessante   seguire questo coraggioso e consapevole prender posizione dentro un'   immagine il cui contenuto si esprime non nella illustrazione, non nella   sigla scontata e prevedibile, ma nel sempre vario rapporto fra realtà e   sogno, fra paesaggio e favola raccontata, tra pittura di cavalletto  (dopotutto l'artista non ha rifiutato il pennello, sta alla regola del   quadro in cornice, non é né una concettuale, né una comportamentista) e  riciclaggio di elementi poveri, sia pure da lei creati, le sue sciarpe   di carte da incollare.

Gabriella  non é una delle tante comparse  della grande commedia artistica, é un  personaggio, che io pratico e con  la quale dialogo da una ventina d'anni. Molte cose per serietà,  schiettezza, modo di vedere la vita e  la politica, abbiamo davvero  vissuto insieme, benché lontani; é raro  trovare una storia ed una  famiglia bella, intelligente ed aperta come  quella della pittrice.
Non   che essere capace di ottime azioni e di grande coerenza morale basti per fare della pittura eccellente; ma una certa concretezza e forza,  una certa limpidezza ed allegria non guastano, specie se non manca il   talento.
E  così quanti conoscono questa piccola donna dai capelli  ricci ed abbondanti, tagliati corti a far due punte ai lati della faccia  tonda  di fanciullina con i denti di coniglio, il pullover girocollo fin  sotto  il mento, la persona animata da una composta sveltezza quasi da   ginnasta (ma i ginnasti non sorridono, lei sì quando completa un   discorso o quando lo comincia) rimangono affascinati tanto dalla sua   semplicità e comunicativa quanto dalla sua arte.
Una  donna artista  inequivocabile, nata, é vero, per tante cose, ma non  certo secondarie a  quella del dipingere; e sulla quale io non ho mai  avuto dubbi. Di fronte  a me, in piedi, io seduto mentre prendo appunti  zitto e rapito, mi  guarda con quegli occhi distanti che adesso non  ridono.
Incrocia le braccia, anche lei in silenzio. Stanno parlando con me le sue opere.











Gabriella Capodiferro con Marcello Venturoli
alla Galleria Astrolabio di Roma
ultimo aggiornamento 26luglio 2025
per contatti: mgc.capodiferro@alice.it
Torna ai contenuti